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Persecuzione.
Dalla fine della guerra civile nella Striscia di Gaza del giugno
2007, gli esponenti del partito islamico sono stati oggetto di
persecuzioni in Cisgiordania, da parte delle forze leali al
presidente Abu Mazen. A decine, tra attivisti e deputati, sono stati
e sono tuttora incarcerati per rappresaglia rispetto alla presa della
striscia di Gaza, che Fatah considera un colpo di stato. Lunedì
scorso, però, alcuni dirigenti di Hamas sono stati rilasciati
dalle carceri dell'Anp in cambio di un appello in cui invitavano i
propri compagni a disarmare le milizie, riconoscere il governo di
Ramallah e restituire la Striscia di Gaza. Erano sinceri? Da Gaza
ufficiali di Hamas hanno subito smentito, sostenendo che l'appello
degli ex detenuti rifletteva “posizioni del tutto personali e non
rappresentative del pensiero del movimento islamico”. Probabilmente
si trattava di Taqiyya, non di una rottura all'interno di Hamas, ma
potrebbe trattarsi di un ingegnoso sistema per delegittimare i
dissensi interni.
Strategia. Il temine Taquyya
letteralmente significa nascondere la propria fede in casi di
pericolo imminente. Ma è una pratica considerata legittima
solo quando si ritiene di essere ingiustamente perseguitati. In
questo senso è stata usata soprattutto dagli sciiti, che sono
perseguitati da secoli dalla maggioranza sunnita della comunità
islamica. Praticarono la taqiyya gli sciiti iracheni sotto Saddam e
gli attivisti dell'Hezbollah in Libano. L'interpretazione pratica
della Taqiyya è controversa perchè da un lato si
sostiene che è Dio a decidere quando si deve morire, e dunque
tentare di salvarsi la vita sarebbe inutile, mentre dall'altro si
ribatte che la vita è un dono che deve essere preservato.
Quest'ultima non è certo l'interpretazione che ne danno i
radicali e soprattutto i combattenti. Specialmente per i jihadisti,
infatti, la Taqiyya può anche essere una stategia per non
insospettire il nemico: sorridere esternamente agli infedeli e
odiarli dentro di sé.
Infedeli. Quello che colpisce
della recente decisione degli attivisti di Hamas in Cisgiordania,
però, è che la scelta della dissimulazione viene fatta
da sunniti palestinesi contro altri sunniti palestinesi. Durante la
guerra civile dello scorso giugno, testimoni dei violenti dibattiti
riferirono con sgomento che i miliziani di Hamas insultavano quelli
di Fatah definendoli “infedeli”. Otto mesi dopo, la palestina è
divisa in due e la sua popolazione rischia di fare la stessa fine. Ma
per il momento, per evitare che la situazione precipiti oltre il
punto di non ritorno, gli uomini di Hamas ritengono che sia meglio
dissimulare.Naoki Tomasini