Nelle ultime settimane le sorti e i destini della nazionalità
Waorani si sono intrecciati una volta di più con il volere e
il potere della industria del petrolio nell’Amazzonia ecuadoriana.
Stavolta si tratta del gigante brasiliano Petrobras, la cui
concessione di una licenza ambientale per lo sfruttamento del blocco
31 non colpisce solo il territorio waorani, ma anche il parco
nazionale Yasuni, riserva di biosfera dell’Unesco e area di
insediamento di gruppi indigeni non contattati.
A rischio. Lo
scorso 24 ottobre il ministro dell’ambiente Anna Alban ha concesso
a Petrobras la licenza ambientale per operare nel blocco 31, in pieno
parco Yasuni, dopo che questa era stata sospesa nel giugno
del 2005 dal ministero dell'Ambiente (MAE) per irregolarità. Ma, il comportamento
della compagnia
Petrobras non si è dimostrato in questi ultimi mesi né
socialmente né ambientalmente responsabile, come il suo
marketing sociale pretenderebbe dipingere.
Fatto
ancora più grave, in questa zona dell’Amazzonia,
sopravvivono gli ultimi gruppi waorani non contattati in isolamento
volontario, i Taromeane-Tagairi. Se
Petrobras inizierà le sue operazioni nel bloque 31, in
particolare nei pozzi Boya 1, 2 e 3, al limite nord della zona
intangibile istituita per la protezione dei Tagaeri-Taromenane, verrà
messa in gioco la vita e la sopravvivenza di questi gruppi.
In profondità. L’
ingerenza di Petrobras nel territorio e nelle dinamiche organizzative
waorani è ancor più allarmante, se si tiene conto della
storia recente del popolo waorani e degli impatti profondi ed
irreversibili che l’industria petrolifera ha provocato sul loro
territorio e sulla loro cultura.
Senza
l’attività di esplorazione ed estrazione petrolifera di
Shell negli anni quaranta e di Texaco negli anni settanta tra i
fiumi Napo e Curaray, antico ed inespugnabile dominio dei selvaggi
piedi rossi (gli Waorani), i missionari evangelici dell’Istituto
Linguistico de Verano, (Linguistic Summer Institute,) non si
sarebbero dati l’affanno di cercare il contatto con gli Waorani,
riubicarli forzosamente in un piccolissimo protettorato e di
civilizzarli. Furono i petrolieri che fornirono ai missionari i mezzi
per perseguitare i clan waorani con elicotteri e megafoni, stanarli e
costringerli a spostarsi nella riduzione di Tiweno. Il tutto con gli
ossequi dello stato ecuadoriano.
Il diavolo e l'acqua santa. Mentre
i missionari si occupavano delle anime waorani, i buldozer di Texaco
penetravano la selva, aprivano in due, come una lunga ferita, il
territorio tradizionale waorani attraverso la costruzione della “via
Auca” ( che oggi è un inferno lungo 117 km fatto di un
miscuglio di miseria e petrolio) e installavano i pozzi del grande
boom petrolifero ecuadoriano.
Texaco
pioniera, le fecero seguito l’allora Esso-Hispanoil, Arco,
Braspetrol, tutte pronte a posizionarsi in un territorio waorani
libero, sgomberato dai suoi legittimi abitanti, rinchiusi a dovere
per l’opera di redenzione missionaria. Un territorio a dire il vero
“quasi liberato”, visto che Braspetrol (attuale Petrobras),
lavorando nei sentieri sismici del blocco 17 negli anni 80, fu
responsabile di molti incidenti tra i suoi operai e il gruppo waorani
non contattato dei Tagaeri. Con tutta probabilità fu una
pallottola partita da una canoa di operai petroliferi ad uccidere
Taga, il leader del clan Tagaeri.
Quando
negli anni ottanta cominciarono ad essere messi in discussione i
metodi dell’ILV e questo fu espulso dal paese (1982), gli Waorani
iniziarono ad uscire dalla riserva per riprendere gli antichi
insediamenti territoriali. Però, l’antica e inespugnabile
selva tra il fiume Napo e Curaray era già divisa in vari
blocchi di ricerche petrolifere.
Il
comportamento di Petrobras costituisce una nuova violenza sulla
popolazione waorani e disconosce la legittimità del suo,
faticoso, processo organizzativo, cercando apertamente di dividere la
nazionalità.