L'ex-ministro delle Finanze sfiderà Mugabe alle prossime presidenziali in Zimbabwe
Simba: ci voleva uno con un nome del genere per sfidare Robert Mugabe, il vecchio
leone della politica zimbabwana che il prossimo 29 marzo andrà a caccia del sesto
mandato presidenziale. L'ex-ministro delle Finanze Simba Makoni, anche lui uscito
dallo Zanu-Pf, il partito che dall'indipendenza controlla tutte le leve del potere, ha deciso
di candidarsi come indipendente, e di rendere più pepata un'elezione in cui il
presidente uscente è dato come grande favorito. Bollato come “una scorreggia sonora”
da parte dei fedelissimi di Mugabe, Makoni suscita parecchie perplessità anche
tra l'opposizione.

La candidatura di Makoni è arrivata come un fulmine a ciel sereno, dopo che il
politburo dello
Zanu-Pf aveva deciso di avanzare unanimemente il nome dell'83enne Mugabe. Proprio per
questo la leadership ha deciso di espellere Makoni, reo di non aver seguito le
indicazioni del partito. E così l'ex-ministro, dimissionario dal governo nel 2002
proprio a causa di una disputa con Mugabe sulla svalutazione del locale dollaro,
sarà costretto a correre come indipendente, senza poter contare sulla preziosa
macchina propagandistica dello
Zanu-Pf.
Ma non sarà questo l'unico ostacolo che Makoni dovrà affrontare: la potente associazione
dei veterani di guerra, fedele a Mugabe, ha promesso di fargliela pagare, così
come la stampa filogovernativa, che ha cominciato il fuoco di fila delle critiche.
Accusato di essere una spia al soldo della politica britannica e un traditore,
Makoni ha dovuto sfoderare tutta la sua diplomazia per rivendicare la liceità
della sua scelta senza inimicarsi il partito, del quale ritiene ancora di far
parte.
L'entrata in scena di Makoni rischia di sparigliare una partita altrimenti decisa
in partenza, vista l'incapacità delle due fazioni del Movement for Democratic Change (Mdc, il principale partito di opposizione) a mettersi d'accordo su un candidato
unico. Così, il Mdc si presenterà con Morgan Tsvangirai, lo storico oppositore
di Mugabe, e il professor Arthur Mutambara, i quali si toglieranno voti a vicenda.
Buon per l'opposizione che l'arrivo di Makoni possa movimentare lo scenario,
tanto che gli analisti politici si stanno scervellando per capire i perché di
una mossa tanto inaspettata a questo punto della campagna elettorale: Makoni è
un “cavallo di troia” alleato del Mdc, presentatosi solo per spaccare il fronte
pro-Mugabe? Oppure gode del sostegno di alcuni potenti cacicchi dello Zanu-Pf, tra cui l'ex-leader dell'esercito Solomon Mujuru, marito della vice-presidente
Joyce Mujuru? A quale elettorato si rivolge, visto che quello rurale è saldamente
in mano a Mugabe e quello urbano vota per Tsvangirai?

Quale che sia la ragione, Makoni sta facendo una fatica enorme ad accreditarsi
come il nuovo che avanza e il paladino degli scontenti. Alle sue considerazioni
sul pessimo stato dell'economia (inflazione al 26.000 percento, disoccupazione
all'80), che Makoni imputa a Mugabe, l'opinione pubblica risponde ricordandogli
i 27 anni di servizio al vertice dello
Zanu-Pf, che lo rendono corresponsabile del disastro. Mentre dall'opposizione gli rinfacciano
di non essere capace neanche di distaccarsi apertamente dal partito, cosa che
lo renderebbe un uomo d'apparato come tanti altri, ma scontento della piccola
fetta di potere riservatagli nelle ultime spartizioni.
Tanto che, recentemente, un analista politico l'ha definito “un burocrate, a
cui dare un lavoro ben retribuito, una bella macchina e una bella segretaria”,
ma non “il leader di cui lo Zimbabwe avrebbe bisogno” per uscire dal pantano.
Mentre un altro sostiene che la notizia della sua candidatura, invece che una
bomba sia la classica “scorreggia sonora che tutti fanno finta di non aver sentito”.
Con buona pace di chi, anche in Occidente, spera che Makoni possa porre fine alla
dispotica egemonia di Mugabe, entrata nel suo 28esimo anno.