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Valle del Wazzani. Il
disegno delle frontiere tra la Siria e il Libano si fa attendere,
sperando e aspettando forse una normalizzazione dei rapporti tra i
due Stati. In alcuni territori poco popolati, in quelle zone del
Libano meridionale che un tempo erano territori dell’impero
ottomano -trasferiti in seguito sotto il mandato francese-,
l’occupazione (1967) e poi l’annessione del Golan (1980-1981) da
parte di Israele hanno fatto sorgere realtà quasi o del tutto
paradossali.
Ahmad, 70 anni, è un contadino libanese di
Ghajar. Ghajar è un piccolo villaggio di poche centinaia di
abitanti a maggioranza alawita (la confessione del presidente siriano
Assad) sulla linea di confine tra il Libano e le alture del Golan.
Dal 2000, da quando cioè fu tracciata la linea blu del
confine, è sotto controllo per due terzi libanese e per un
terzo israeliano. Ghajar fu occupato nel 1968 e annesso nel 1981 da
Israele. In base alla cosidetta Legge del Golan, gli abitanti della
parte siriana di Ghajar sono stati naturalizzati e considerati
cittadini dello Stato ebraico. Ahmad racconta: “Dall’altro lato
abbiamo parenti che sono costretti ad avere un passaporto israelian.
Si dice che non si sa ancora se quella parte di Ghajar sia siriana o
libanese, ma di certo non sono israeliani. E allora il passaporto
israeliano che c’entra?”
Mohammad 70 anni è un
contadino. Nonostante il grande esodo dei giovani verso Beirut o Tiro
di questi ultimi anni, lui con la moglie sono rimasti qui a coltivare
i campi. “Non voglio partire. Sono nato qui, mio padre qui ha
costruito una casa. Da questa collina, vedi, si accede con facilità
alle acque del fiume libanese Wazzani, che alimenta il lago
Tiberiade, la più grande risorsa idrica per Israele”.
Ahmad,
un suo vicino ci spiega che anche se dalla fine dell’ultimo
conflitto con Israele la zona è controllata dai soldati
dell’Unifil spagnola e dall’esercito libanese, non più da
Hezbollah: “la situazione non cambia, ci sentiamo come in prigione.
Nessuno può venire a trovarci se non ha una carta da
residente, nessuno può entrare nel paese. Sai, racconta, il
mio hobby è la caccia ma non lo posso più praticare
perché, ogni volta che prendo il fucile e mi dirigo sulla
collina per cacciare, dall’altra parte c’è sempre qualche
soldato israeliano che mi grida di andarmene e avverte l’Unifil
spagnola, che in questi casi non sa cosa fare perché ha solo
il compito di osservare. Io non so se fidarmi dei soldati spagnoli
quando li vedo parlare con i soldati israeliani dell’altro lato”.
“Qui ci sono le stesse famiglie con lo stesso
cognome che hanno il passaporto israeliano o libanese a seconda del
lato del villaggio in cui abitano” dice Mariam, un’anziana donna
mentre mostra delle foto: “una mia zia, sorella di mia madre, vive
sull’altro lato. Lei ha l’acqua, l’elettricità, il
telefono da Israele, sono soli 10 metri che ci separano. A volte per
scherzare penso che alla fine sta meglio di me io qui il telefono non
ce l’ho e l’elettricità per poche ore al giorno”. “Avrei
voglia di abbracciarla”, aggiunge piangendo.
“Per quanto
riguarda gli scontri della scorsa settimana tra soldati israeliani e
libanesi qui a Ghajar, non sappiamo cos sia realmente
accaduto. Il fatto è che a volte i soldati israeliani
sparano con troppa facilità”. “Lo so che ora
penserai che dico questo perché sono una libanese, ma bisogna
venir qui osservare quello che succede davvero. Non mi danno
sicurezza i soldati dell’Unifil, per me non è cambiato
niente continuiamo a non possedere le nostre terre”. A quel punto
Bassam, 70 anni, la interrompe: “Prima, quando eravamo un paese
unico, non importava essere siriani o libanesi. La vedi quella
montagna? Andavo lì a pascolare le mie pecore e facevo del
buon formaggio. Oggi quella terra è
proprio sulla linea di confine. É recintata e io non ci
posso andare ma è mia, ho qui gli atti di proprietà se
vuoi vederli”. Bassam li mostra e poi esce di casa, seduto su un
ceppo di legna, a fumare una sigaretta con lo sguardo rivolto verso
quel pezzo di terra.