Solo qualche mese fa, il presidente francese Nicholas Sarkozy e quello ciadiano,
Idriss Deby, erano alle prese con la patata bollente dell'
Arche de Zoé, l'Ong francese accusata di aver tentato di rapire 103 falsi orfani, e con un'opinione
pubblica ciadiana stanca delle ingerenze francesi. Ma la crisi dell'ultimo weekend
ha dimostrato ancora una volta come il regime di Deby dipenda dal supporto francese
per la sua sopravvivenza. Una considerazione che ha spinto il presidente a rinnovare
i vecchi legami con la Francia, e a perdonare i membri della Ong. Con buona pace
dei “nuovi principi” improntati alla trasparenza che, secondo Sarkozy, avrebbero
dovuto governare i rapporti tra Parigi e le ex-colonie.

Era un Deby visibilmente rilassato quello che è apparso ieri in conferenza stampa
dopo un incontro con il ministro della Difesa francese, Herve Morin, assicurando
che l'esercito ciadiano è “in totale controllo” del Paese. In effetti i ribelli
dell'
Unione des Forces Democratiques pour le Developpement, che lo scorso sabato avevano tentato l'assalto alla capitale N'Djamena, sembrano
aver perso lo slancio iniziale, minacciati dall'eventualità di un intervento francese
a fianco dell'esercito. Pur dichiarando che si difenderanno da qualsiasi attacco,
i ribelli sono perfettamente coscienti della loro inferiorità rispetto all'esercito
francese, che in Ciad conserva una forza di mille uomini e un consistente parco-aerei
per bombardare le postazioni dell'
Ufdd. Già nel 2006 i ribelli erano stati scacciati dalla capitale dopo ore di furiosi
combattimenti, proprio grazie all'intervento francese. La sola minaccia di un'entrata
in campo della Francia (che per la verità i ribelli sostengono ci sia già stata
tramite bombardamenti nel fine settimana) ha funzionato come deterrente per evitare
nuove offensive contro la capitale.
Un deterrente che Deby ha riconosciuto apertamente, ringraziando Parigi per aver
rispettato i suoi doveri da alleato, e proponendo il perdono presidenziale per
gli sei membri dell'Arche de Zoé condannati lo scorso dicembre a otto anni di carcere, da scontare in una prigione
francese. Anche se Deby non ha ufficialmente correlato i due argomenti, non sfugge
a nessuno il timing della decisione, dopo che nei mesi scorsi il Ciad aveva più volte rivendicato
il proprio diritto a condannare i sei, arrestati mentre stavano organizzando l'espatrio
in Francia di 103 bambini, tra ciadiani e sudanesi, rivelatisi in realtà né orfani
né profughi di guerra.
Non che il margine di manovra per Deby sia molto ampio: la dipendenza dall'aiuto
militare francese, che ha più volte mantenuto in sella un presidente odiato anche
da parte della sua comunità di origine, gli Zaghawa, non concede molte alternative.
Anche perché, se Parigi dovesse decidere di abbandonare Deby al suo destino, difficilmente
l'esercito riuscirebbe a reggere l'urto di una nuova offensiva ribelle.

Intanto, a due giorni dalla fine dei combattimenti, a N'Djamena si contano ancora
i morti: secondo la Croce Rossa sarebbero almeno 160, mentre i feriti sarebbero
migliaia. Gli almeno 50.000 sfollati fuggiti in Camerun e Nigeria starebbero lentamente
tornando a casa, nella speranza che i ribelli, stanziatisi a circa 30 km dalla
capitale, non decidano di riattaccare per giocarsi tutte le loro carte.
Anche perché, oltre al sostegno francese, Deby ha incassato anche quello della
comunità internazionale, che tramite una risoluzione Onu lunedì scorso aveva ammonito
i ribelli a non combattere il legittimo governo ciadiano. Forte del supporto,
ieri Deby ha chiesto ufficialmente il dispiegamento dei 3.700 uomini della forza
di pace dell'Unione Europea, che dovrà pattugliare le zone di confine con la Repubblica
Centrafricana, il cui arrivo è stato bloccato proprio a causa degli scontri. E
i cui contingenti, a maggior garanzia, saranno per la maggior parte francesi.