Dura la denuncia della mancanza di rispetto dei diritti umani e della strumentalizzazione della manifestazione anti-Farc
scritto per noi da
Simone Bruno
L'europarlamentare della Sinistra
europea, Vittorio Agnoletto, in Colombia quale rappresentante della
commissione dei diritti umani nella delegazione che sta negoziando un
accordo commerciale con la Comunità andina (Can), ha
denunciato in esclusiva a PeaceReporter la totale mancanza di
rispetto dei diritti umani e una democrazia che scricchiola. La
delegazione, nella scorsa settimana, ha avuto incontri con i più
alti livelli istituzionali, tra cui il presidente Uribe, l’ex
presidente Pastrana, il sindaco di Bogotá, Samuel Moreno, il
presidente e l’ex presidente della corte suprema di giustizia, la
Conferenza episcopale, la commissione per i diritti umani dell’Onu
e anche con molti membri della società civile tra cui
rappresentanti della comunità di S.José De Apartadó
e dei sindacati Cut e Sinaltrainal.
Alla fine del viaggio, e poco
prima di prendere un volo per l’Italia, ha deciso di raccontarci le
sue riflessioni, i momenti di attrito, le difficoltà della
visita e le sue impressioni sulla manifestazione del 4 febbraio,
che casualmente si è svolta in concomitanza di questa visita
ufficiale.
Cominciamo dalla manifestazione, che
idea si è fatto?
C’è stata una grande
confusione nel modo in cui in Italia e in Europa è stata
gestita questa marcia. Formalmente la manifestazione nasce da un
appello in Facebook di quattro ragazzi, cresciuta poi esponenzialmente.
Invece quello che ho visto io è stata un’altra cosa. Ho
visto una marcia che si appoggiava completamente sul governo, con una
campagna mediatica gigantesca di giornali e televisioni che nei
giorni precedenti non hanno fatto altro che intervistare membri del
governo che spingevano alla mobilitazione. Un dispendio di energie,
in termini pubblicitari enorme. Il presidente del Polo Democratico
Gaviria ci ha detto che gran parte del finanziamento della
manifestazione veniva dalla multinazionale Sab Miller, proprietaria
dell’unica fabbrica di birra Colombiana, Bavaria, che sarebbe molto
vicina al presidente Uribe.
Una marcia che ha quindi poco di
spontaneo. Inoltre era nata come una marcia di solidarietà
verso tutti i sequestrati e con il passare dei giorni si è
trasformata in una manifestazione unicamente contro le Farc. Una
marcia fortemente politicizzata che obbligava i colombiani a
schierarsi con Uribe o altrimenti essere considerati simpatizzanti delle Farc.
Chi non marcia sta con la guerriglia. Molte istituzioni sono state
quindi schiacciate, per esempio il Polo Democratico, che ha deciso
di riunirsi in piazza Bolivar per un evento in favore dell’accordo
umanitario. In un paese così polarizzato, gli spazi per altri
attori democratici si riducono.
Il sindaco di Bogotá ha
invece marciato fino alla Chiesa, dove si erano radunate le famiglie
dei sequestrati. Infatti, vale la pena sottolineare che le famiglie
non hanno partecipato alla marcia, cosa che mediaticamente in Europa
non è stata evidenziata, anzi, la marcia è stata
presentata come una protesta delle famiglie dei sequestrati.
Mi è
sembrata molto interessante la posizione della conferenza episcopale.
Due giorni prima della marcia è girato un comunicato stampa
che chiedeva di mobilitarsi in solidarietà a tutti i
sequestrati e che la marcia non sarebbe dovuta essere unidirezionale.
Questa cosa mi ha colpito, in quanto in Italia è uscita una
agenzia di padre Cenci, sottosegretario alla congregazione per
l’evangelizzazione dei popoli, che sembrava esprimere la posizione
ufficiale della chiesa in favore della manifestazione. Luis
Augusto Castro Quiroga ha invece smentito questa
agenzia e ha aggiunto che questa posizione di linea dura, rende più
complicata la trattativa con le Farc e un accordo umanitario.
La vostra era una delegazione
eterogenea, tre rappresentanti del Partito popolare europeo, du
socialisti, un verde e lei, della Sinistra europea. Avete avuto momenti
di scontro?
Ero l’unico a sostenere che, dato che
nella manifestazione del 4 c’erano tre differenti appuntamenti (la
marcia, il Polo e le famiglie nella chiesa), noi, come delegazione
ufficiale, saremmo dovuti essere presenti in tutti gli eventi o in
nessuno. Invece, con la scusa della logistica, ci siamo ritrovati
incastrati nella marcia, cosa che ritengo sbagliata e che in modo
vergognoso è stata usata dai media Colombiani. Io ho
personalmente spinto il presidente della delegazione, Alain Lipietz,
che era il portavoce ufficiale, affinché spiegasse la nostra
posizione nel suo intervento in conferenza stampa. Liepietz ha
raccontato della nostra volontà di partecipare ai tre eventi e
che la posizione dell’Unione Europea non era quella espressa dai
cartelli dei marcianti.
Purtroppo, ci siamo accorti, sia ieri,
sia dopo l’incontro con Uribe, che qui in Colombia la televisione
non ha trasmesso nulla di quello che abbiamo detto, assolutamente
niente!
Credo che abbiamo commesso un grave errore politico nel
partecipare, imputabile certamente al capo delegazione, abbiamo
mandato un messaggio sbagliato. Condivido l’ opinione del
presidente Gaviria del Polo Democratico, che si sia trattato di una
marcia demagogica, che allontana da una soluzione negoziata del
conflitto, che spinge anzi il paese verso una intensificazione del conflitto
e che ha come obiettivo il referendum costituzionale, che
permetterebbe una seconda rielezione del presidente Uribe. Detto
questo, non si può negare che la gente in piazza era davvero
tanta e molti erano i giovani, nell'ascoltare questo mette in obiettiva difficoltà
una qualunque opposizione politica a Uribe.
Ho provato anche
angoscia nell'ascoltare la gente, che aveva tra le mani gli striscioni
contro l’accordo umanitario e che spingeva Uribe alle maniere
forti, gridare: “el pueblo unido jamas será vencido”, mi
ha fatto pensare al Cile del ’73. C’ è davvero bisogno di
un forte lavoro culturale e ci si rende conto di come la
continuazione della lotta armata renda sempre più difficile la
presenza di una sinistra che si misura sul terreno elettorale e del
consenso. Questo colpisce soprattutto il Polo, che essendo un partito
giovane e avendo ottenuto il 23 percento alle presidenziali, nonché
avendo vinto per due volte consecutive la città di Bogotà,
ha davvero delle potenzialità molto grandi.
Quale pensa sia dunque la corretta
posizione per poter negoziare la liberazione dei sequestrati?
Sono nuovamente d’accordo con quanto
ci ha detto la Conferenza episcopale. Ha riconosciuto che, se si
vuole dialogare con le due parti, bisogna moltiplicare le mediazioni
e far si che i mediatori dialoghino tra di loro. La posizione dura
verso Chávez rende dunque le trattative più difficili,
dato che le Farc vedono in Chávez un interlocutore. La
Conferenza episcopale ha aggiunto che prendono atto che è
grazie alla mediazione Venezuelana, se alcuni ostaggi sono stati
liberati. Il dibattito è ora sulla zona umanitaria, sulla
quale, anche nell’incontro con noi, il presidente Uribe ha
continuato a porre numerose condizioni di principio e ideologiche che
rendono molto più complicate le possibilità di un
accordo.
In conferenza stampa comunque
Lipietz ha annunciato il sostegno alla manifestazione del 6 marzo
contro il paramilitarismo e i crimini di stato.
È stata indubbiamente una
vittoria che abbiamo ottenuto. C’è stato un forte dibattito
tra di noi, soprattutto con i parlamentari del partito
Popolare. Quando si forma una delegazione ufficiale gli integranti
hanno l’ obbligo di partecipare a tutti gli incontri, ma i popolari
non sono venuti all’incontro con il Polo, ne con il sindaco e uno
di loro non ha partecipato neppure all’incontro con le associazioni
per i diritti umani e con il sindacato, cosa molto grave dal punto di
vista istituzionale.
Sembra che l’incontro con Uribe
sia stato piuttosto movimentato, come è andata?
Abbiamo incontrato l’agenzia per i
diritti umani delle Nazioni unite che ci ha detto che, anche se sono
diminuiti gli omicidi di sindacalisti, nel 2007 ce ne sono
stati almeno 33 e forse più di 40. E Poi ci hanno detto, cosa
poi confermata dalla stessa comunità di S.José de
Apartadó, che un mese fa è stato aperto un processo per
uno degli ultimi massacri subiti dalla comunità e che ha come
imputato un capitano dell’esercito. Primo indagato dopo che anche
alcuni testimoni della comunità sono stati ammazzati.
Sapute
queste notizie, all’incontro con il presidente, dopo il discorso
ufficiale, sono intervenuto per primo e ho letto questi stessi dati
di reati e omicidi contestati allo stato.
E cosa ha detto il presidente?
Ha
avuto una reazione molto dura e per me, che non vivo qui,
incomprensibile. In sostanza mi ha chiesto come potevo parlare di
sindacalisti uccisi dato che erano “solo” 26, essendo gli altri
stati uccisi, secondo lui, non per il loro lavoro, ma per questioni
private. Poi ha detto che il governo protegge i sindacalisti, dato
che 2000 di loro hanno la scorta in Colombia. I dirigenti della
CUT (Central Unitaria de lo Trabajadores) ci hanno detto, che è
evidente che, se tutti questi hanno bisogno di una scorta esiste una
macroscopica situazione di non sicurezza. Inoltre ora non si uccidono
i dirigenti, ma gli attivisti di base, questo ha un minore effetto
mediatico, ma un impatto diretto sui compagni di lavoro per fermare
le lotte.
Su S.José De Apartadó, il presidente, ha
dichiarato di averne sentito parlare, ma di non conoscere la
situazione nel dettaglio, cosa gravissima e incredibile, dato che
esistono varie sentenze della corte interamericana dei diritti umani
su questa comunità che obbligano il governo a proteggerla.
E sullo scandalo della collusione di
molti politici del suoi entourage con i paramilitari?
Lì
si è raggiunto il massimo e devo dire nell’indifferenza
totale dei parlamentari del partito popolare. Ho chiesto al
presidente come si sentiva avendo oltre 40 dei suoi parlamentari
inquisiti per rapporti con i paramilitari. La risposta è
stata francamente da film. È scattato in piedi, mi ha
indicato, ha perso il controllo. Ha gridato che lui è stato
eletto da solo, senza un partito. Poi nel parlamento una serie di
partiti ha deciso di sostenerlo, ma lui non li conosce e sa non chi
siano e che storia abbiano, quindi non è responsabile. Come se
non ci fossero tra gli indagati suo cugino e molti uomini a lui
vicini. Il presidente della nostra delegazione, in una conferenza
stampa improvvisata ha detto che questa per noi era una risposta
inaccettabile, ma ovviamente i mezzi di comunicazione colombiani
hanno completamente ignorato il fatto.
Avete affrontato anche il tema dello
scontro tra il presidente Uribe e l’ ex presidente della corte
suprema di giustizia?
Certo, la risposta di Uribe è
che non esiste un conflitto istituzionale senza precedenti, ma una
questione strettamente privata tra il cittadino Uribe e il cittadino
César Julio Valencia. Oggi abbiamo incontrato Valencia che ha
ovviamente confermato l’opposto, ossia che si tratta di un fatto
strettamente politico e che la corte deve andare avanti nelle sue
investigazioni sul paramilitarismo senza guardare chi applaude o chi
cerca di mettere i bastoni tra le ruote. Qui l’Unione Europea ha
una posizione molto forte nel cercare di disinnescare questo
conflitto.
Che significa per l’Europa questa
reazione del presidente e tutti i dati che avete raccolto sulle
violazioni dei diritti umani?
Il mio ruolo qui era proprio
quello di contestare dei fatti, non pensando che lui mi dia ragione,
ma facendo capire che sappiamo in Europa e nelle istituzioni come
stanno le cose e che su questi temi facciamo interrogazioni
parlamentari.
Cosa fondamentale nell’ottica di
un accordo commerciale Ue-Can...
Esatto, L’Europa sta discutendo
questo accordo commerciale che si fonda su tre pilastri, uno centrato
sul confronto politico, uno sui diritti umani e uno sul
commercio. In questo accordo devono esistere alcuni punti precisi che
permettono il rispetto dei lavoratori in Colombia, cosa che ora non
accade, per esempio Carrefour non permette l’organizzazione dei
lavoratori in sindacati in Colombia.
Questo accordo deve
rispettare la nuova clausola democratica di cui sono stato relatore
in parlamento, e che è stata approvata con una maggioranza del
90 percento.
La clausola democratica deve essere inserita in tutti
gli accordi della Unione Europea, quindi, se l’Europa vuole fare un
accordo commerciale, lo può fare solo con quei paesi che
rispettano i diritti umani e la democrazia. Se questi diritti non
sono rispettati il paese deve adattarsi in tempi brevi e il
monitoraggio del processo è affidato a un sottocomitato
congiunto di organizzazioni di diritti umani dei due lati.