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I fatti. “La presenza del nostro contingente militare, così come quella degli eserciti
degli altri Paesi, andrà mano a mano diminuendo secondo le circostanze” ha detto
il presidente salvadoreño Antonio Saca durante il discorso tenuto presso la caserma
centrale della brigata di artiglieria, a San Juan de Opico, sotto un enorme striscione
che recitava: “Soldati salvadoreñi, artigiani della pace” . Non solo. Il presidente
ha spiegato anche i motivi che lo hanno indotto a scegliere di inviare altri soldati
nell'inferno iracheno. “Questo tipo di decisione – ha detto Saca - non è facile
da prendere per un presidente. Ma è assolutamente in linea con la mia logica di
pensiero che è quella di fare il possibile per combattere il terrorismo”. Saca,
inoltre, ha cercato anche di motivare i suoi militari definendoli “messaggeri
di pace e ambasciatori umanitari”.
La missione. I quasi trecento militari del piccolo paese centroamericano arriveranno domenica
in Iraq e andranno a stanziarsi nella provincia di Al Kut, considerata fra le
più tranquille del Paese. Saranno impegnati, secondo quanto espresso dal comando
militare, nella costruzione di scuole, ospedali attrezzati, purificatori d'acqua
e strade. Dal 2003, anno in cui il primo contingente salvadoreño mise piede in
Iraq, sono stati sviluppati duecentocinquantasei progetti dei quali hanno beneficiato
milioni di cittadini iracheni. Sempre dal 2003 a oggi, le Forze Armate salvadoreñe
hanno mandato in Iraq circa 3.500 soldati. Il primo gruppo era formato da trecentosessanta
militari. Ma la convinzione generale è che davvero quella salvadoreña sia una
missione di pace. “Noi non siamo combattenti. Siamo un contingente capace nella
ricostruzione” dice il sergente Pedro Ramos, da oltre vent'anni nell'esercito
e fervente evangelico, che aggiunge: “Questo non significa che non siamo preparati
a ogni evenienza”.
Le reazioni. In ogni caso il contributo dei soldati salvadoreñi è stato alto. Da quando la
missione è presente in Iraq, infatti, sono stati cinque i militari che hanno perso
la vita. “Chiedo a Dio giorno e notte che faccia tornare a casa tutti i nostri
soldati così come sono partiti” racconta Petrona Guillen, un'anziana donna che
ha un figlio nel decimo battaglione in partenza per l'Iraq. “Chiedo a Dio la forza
di andare avanti. E lo faccio per me e per i soldati” conclude la donna. “Ho molta
fiducia in Dio. Spero che mio marito possa tornare così come parte. Sono felice,
però, perché va in Iraq per una missione umanitaria” racconta una donna che abbraccia
stretto il marito militare, come per non farlo partire. “La cosa più triste è
lasciare la famiglia” racconta Josè Guillen, capo del sesto distaccamento militare.
“Sono convinto che faremo un buon lavoro, dato che andremo in Iraq per mettere
insieme opere di ricostruzione e aiuto alla popolazione di quel Paese”.Alessandro Grandi
Parole chiave: Alessandro Grandi, pace, guerra, peacereporter