Numero 20. Dal 1° gennaio al 31 gennaio 2008
Tregua apparente. I migranti morti
lungo le frontiere dell’Unione europea nel mese di gennaio 2008
sono almeno 22, in Spagna, Sahara occidentale, Algeria, Grecia,
Italia e Turchia: 11.778 le vittime dal 1988.
Un dato in netto calo
rispetto alle oltre 243 vittime censite a dicembre.
Ma la situazione
alle frontiere è tutt’altro che rosea. Rivolte nei campi di
detenzione dei migranti in Francia, Grecia, Cipro e anche in Italia,
dove a Cassibile sono stati arrestati cinque richiedenti asilo per
aver bloccato i cancelli del centro in segno di protesta. Continuano
i respingimenti dei profughi da Ancona e Venezia verso Patrasso, dove
la polizia greca sta deportando centinaia di rifugiati verso la
Turchia. Un nuovo rapporto della Commissione Libe attacca le
condizioni di detenzione a Malta. E intanto la Libia, che ha appena
firmato un accordo con Malta, dopo quello con l’Italia, annuncia
l’imminente deportazione di un milione di stranieri, tra i quali
potrebbero finire anche i 600 rifugiati eritrei detenuti da ormai due
anni a Misratah. La stessa sorte toccata ad almeno 4.000 richiedenti
asilo eritrei rimpatriati dal Sudan, secondo il Sudan Tribune. Per
loro, come testimonia un esclusivo video recentemente diffuso da
Fortress Europe, la prospettiva è quella di anni di carcere e
torture. Come spetta ai disertori di un esercito in guerra.
Omicidio. Mariano Ruggiero, 46 anni, è
finito in carcere con questa accusa. I fatti risalgono alla notte del
10 gennaio. Cinquanta miglia a sud di Lampedusa, un gommone con a
bordo 60 profughi somali incrocia il peschereccio barese comandato da
Ruggiero. Uno dei profughi si tuffa in mare e raggiunge a nuoto il
peschereccio per chiedere soccorso. Ma Ruggiero non lo vuole a bordo
e dopo una colluttazione lo butta in mare. L’uomo annega. Il suo
corpo scompare tra le onde. A denunciare l’accaduto sono gli altri
profughi, una volta arrivati a Lampedusa. La versione è
confermata dagli altri quattro uomini dell’equipaggio. Si tratta di
un episodio senza precedenti. Il 14 gennaio 2008, il Gip di Agrigento
convalida l’arresto di Ruggiero. Lo stesso giorno, il tribunale di
Agrigento ospita le udienze di altri due processi, niente affatto
distinti dal caso Ruggiero. Quello contro i sette pescatori tunisini
e quello della Cap Anamur. Ovvero i due processi simbolo contro il
soccorso in mare. Due processi che hanno insegnato ai pescatori a
girare alla larga dalle barche dei migranti per non avere guai
giudiziari. Gli stessi guai che forse anche Ruggiero voleva evitare.
Radar contro le stragi? Delle 22
vittime censite a gennaio, 18 erano dirette in Spagna. Si continua a
morire, nonostante il sistema integrato di vigilanza Sive, una rete
che conta 23 stazioni radar lungo la costa andalusa e altre 27 nelle
Canarie (di cui 16 in costruzione). Un sistema capace di distinguere
un oggetto di mezzo metro a una distanza di 21 km dalla costa e
quindi di rendere più celeri i soccorsi. Peccato però
che per sfuggire agli occhi del Sive i migranti si avventurino su
barche sempre più piccole, che sotto il soprappeso navigano al
pelo dell’acqua e sono invisibili ai raggi infrarossi dei radar,
nascoste dalle creste delle onde. Come la barca arrivata a Conil il
22 gennaio e capovoltasi a un metro dalla spiaggia o quella
naufragata a Barbate all’inizio dell’anno. Dieci morti annegati.
Certo gli arrivi nella Penisola sono diminuiti del 24% nel 2007 e i
morti nello stretto di Gibilterra, anche grazie ai radar, sono
passati da 215 nel 2006 a 131 nel 2007. Ma questo costo di vite umane
rimane inaccettabile. Non saranno i radar a fermare la strage, in
assenza di politiche di mobilità dei migranti africani, di
re-insediamento dei rifugiati e di forte investimento economico
nell’area mediterranea.
Ale Nodye, discendente di una famiglia
di pescatori di Kayar, in Senegal, da sei anni guadagnava dalla pesca
sì e no il necessario per coprire le spese del carburante
della piroga. Così ha deciso di partire, con 87 passeggeri a
bordo di quella stessa barca, verso la Spagna. Il viaggio è
finito male. È stato rimpatriato. Suo cugino è morto
annegato. Eppure Nodye vuole ripartire. “In Spagna potrei lavorare
in mare, qui non c’è più pesce” dice al New York
Times. Gli scienziati gli danno ragione. La pesca intensiva e spesso
clandestina di una flotta di pescherecci europei, russi e cinesi
hanno devastato i banchi di pesce. Lo stesso presidente del Senegal,
Abdoulaye Wade, accusa l’Europa: “Vogliamo pescare pesce non
cadaveri”. E continua: “Avevamo i banchi più ricchi del
mondo, ma i nostri fondali sono stati spogliati dalla pesca
clandestina europea e asiatica”. La storia si ripete. E il
protagonista è l’Unione europea, che con una mano depreda le
risorse di un intero continente e con l’altra chiude le vie di fuga
di chi cerca di tornarsi a prendere ciò che gli spetta.
Gennaio conta tre vittime anche sulle
rotte che dalla Turchia, via Grecia, portano in Italia verso il nord
Europa. La prima frontiera da valicare è quella tra Edirne e
Didimotiho. Tra Turchia e Grecia. Lì il confine corre lungo il
corso del fiume Evros. Basta attraversarlo, il più delle volte
su dei gommoni, per ritrovarsi in Grecia e da lì proseguire
nascosti nei camion che ogni notte attendono il loro carico umano. Il
15 gennaio era una di quelle notti. I passatori turchi stavano
trasportando un carico di profughi da una parte all’altra del
fiume. Qualcosa è andato storto. La barca si è
rovesciata. E una donna è finita in acqua ed è morta
annegata subito dopo, scomparendo tra le acque gelate dell’Evros.
Due settimane dopo, il 30 gennaio, l’equipaggio dell’Ariadne, un
traghetto di linea tra Patrasso e Venezia, scopre i resti di un uomo
nella stiva della nave, dove si era nascosto per raggiungere l’Italia
e proseguire il suo viaggio. Lo stesso progetto che aveva il
quattordicenne afgano morto una settimana prima, il 22 gennaio,
divorato dall’asfalto mentre viaggiava nascosto legato sotto un
camion partito dalla Grecia e sbarcato ad Ancona.
Gabriele Del Grande