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I democratici. Obama ha vinto in più Stati della Clinton, 13 a 8. Ma Hillary ha prevalso nei
più importanti, soprattutto in tutti quelli dove i sondaggi avevano evidenziato
una rimonta e un possibile sorpasso di Obama. La California, l’obiettivo più ambito
perché da sola mette in palio oltre un quinto dei delegati necessari per conquistare
la nomination, è stata vinta dalla Clinton con forte distacco: 53 percento contro
il 39 percento di Obama, secondo proiezioni basate sullo spoglio di metà delle
schede. L’ex first lady si è tenuta stretta New York (di cui è senatrice), New
Jersey e Massachusetts, i tre Stati chiave della costa nord-orientale; inoltre,
ha fatto suoi l’Arkansas (dove fu governatore il marito Bill, prima di diventare
presidente) e i confinanti Oklahoma e Tennessee, oltre all’Arizona. Dei grandi
Stati, Obama ha trionfato nel suo Illinois e può sorridere per aver “scippato”
la Clinton del Missouri, per poche migliaia di voti. Il senatore afro-americano
ha portato dalla sua parte anche Georgia, Alabama, Connecticut, Delaware, Kansas,
North Dakota, Utah, Minnesota, Idaho, Colorado, Alaska. Vittorie tra Sud e Midwest
sparse territorialmente, in molti di questi Stati con un grande distacco sulla
Clinton, ma non aver strappato alla rivale la California o il New Jersey rende
amara la sua vittoria numerica nel totale degli Stati. Negli ultimi giorni, gli
analisti facevano notare come l’inerzia fosse tutta dalla parte di Obama, che
stava rimontando posizioni su posizioni. La conta dei delegati nella convention
democratica – ne servono 2.025 – è ancora in corso e lascia ampi margini di speranza
al senatore afro-americano: secondo le ultime stime, in questo momento la Clinton
prevale per 825 delegati a 732. Ma se la marea-Obama stava salendo, non è salita
ancora abbastanza per sopravanzare la grande favorita Hillary. La corsa verso
la nomination comunque continua, e sarà senza esclusione di colpi: anche dopo
il supermartedì, in palio rimangono ancora 23 Stati, a cominciare da sabato prossimo
in Louisiana.
I repubblicani. Il Supertuesday dei repubblicani è iniziato con alcuni exploit di Mike Huckabee, l’ex governatore
dell’Arkansas che ormai non veniva più considerato come serio contendente per
la nomination. Non lo è neanche ora, ma conquistando Alabama, Arkansas, West Virginia,
Georgia e Tennessee ha fatto un enorme favore a John McCain, sottraendo voti e
delegati – nel caso dei repubblicani, assegnati in molti Stati interamente al
vincitore – al suo grande rivale Mitt Romney. L’ex governatore del Massachusetts
ha vinto nel suo Stato e nello Utah, una vittoria scontata data la prevalenza
di cittadini di religione mormone come lui. Ma anche mettendo insieme gli altri
successi in Minnesota, Colorado, North Dakota, Montana e Alaska, il bilancio complessivo
per Romney è un disastro: sperava di far breccia negli Stati meridionali e occidentali,
spendendo molto più dei suoi rivali, e ha fallito. John McCain ha fatto suoi California,
New York, New Jersey, Illinois, Connecticut, la sua Arizona, Missouri, Oklahoma
e Delaware: tutti i pezzi più grossi. Il suo vantaggio nella conta dei delegati
– sono necessari 1.191 per arrivare alla nomination – è sempre più ampio: ora
ne ha 615 a suo favore, contro i 268 di Romney e i 169 di Huckabee. E ciò è avvenuto
senza l’appoggio, anzi con l’aperta ostilità, dell’ala religiosa del partito repubblicano,
a causa delle sue vedute relativamente progressiste su molti temi sociali. Tanto
è l’astio della destra religiosa verso McCain che ieri James Dobson, influente
leader dell’organizzazione Focus on the Family e una delle voci più ascoltate
tra gli evangelici, ha dichiarato che in un ipotetico duello di novembre tra McCain
e la Clinton od Obama, sceglierebbe il candidato democratico pur di non votare
il senatore dell’Arizona. Il voto degli evangelici ha premiato Huckabee, un ex
pastore battista, che però rimane un “candidato regionale” della Bible Belt, la
cintura degli Stati più religiosi nel sud-est degli Usa. Grazie a queste sue caratteristiche
e alle frequenti manifestazioni di rispetto reciproco con McCain, molti osservatori
lo danno come un serio candidato alla vicepresidenza. Alessandro Ursic
Parole chiave: primarie, supermartedì, Obama, Clinton, McCain, Huckabee, Romney