06/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Obama vince più Stati di Hillary, che però rimane in vantaggio nel numero di delegati. McCain stacca Romney, sorprende Huckabee
Hillary Clinton vince meno Stati di Obama, ma fa suoi tutti i duelli chiave con il rivale nella corsa verso la nomination democratica e rimane in leggero vantaggio in quella che sta diventando una corsa al fotofinish; John McCain aumenta il suo distacco su Mitt Romney e un coriaceo Mike Huckabee, che si dividono il voto dei più conservatori in campo repubblicano. Il supermartedì – 24 Stati al voto nelle primarie per scegliere i candidati per la Casa Bianca – lascia ancora matematicamente aperte le sfide interne ai due partiti, specie tra i democratici. Ma nel testa a testa tra Hillary e Obama, in attesa della complicata ripartizione proporzionale dei delegati, ai punti è stata una giornata favorevole all’ex first lady. Che ancora una volta, come accadde nel New Hampshire, ha fatto meglio di quanto prevedevano i sondaggi.
 
Hillary ClintonI democratici. Obama ha vinto in più Stati della Clinton, 13 a 8. Ma Hillary ha prevalso nei più importanti, soprattutto in tutti quelli dove i sondaggi avevano evidenziato una rimonta e un possibile sorpasso di Obama. La California, l’obiettivo più ambito perché da sola mette in palio oltre un quinto dei delegati necessari per conquistare la nomination, è stata vinta dalla Clinton con forte distacco: 53 percento contro il 39 percento di Obama, secondo proiezioni basate sullo spoglio di metà delle schede. L’ex first lady si è tenuta stretta New York (di cui è senatrice), New Jersey e Massachusetts, i tre Stati chiave della costa nord-orientale; inoltre, ha fatto suoi l’Arkansas (dove fu governatore il marito Bill, prima di diventare presidente) e i confinanti Oklahoma e Tennessee, oltre all’Arizona. Dei grandi Stati, Obama ha trionfato nel suo Illinois e può sorridere per aver “scippato” la Clinton del Missouri, per poche migliaia di voti. Il senatore afro-americano ha portato dalla sua parte anche Georgia, Alabama, Connecticut, Delaware, Kansas, North Dakota, Utah, Minnesota, Idaho, Colorado, Alaska. Vittorie tra Sud e Midwest sparse territorialmente, in molti di questi Stati con un grande distacco sulla Clinton, ma non aver strappato alla rivale la California o il New Jersey rende amara la sua vittoria numerica nel totale degli Stati. Negli ultimi giorni, gli analisti facevano notare come l’inerzia fosse tutta dalla parte di Obama, che stava rimontando posizioni su posizioni. La conta dei delegati nella convention democratica – ne servono 2.025 – è ancora in corso e lascia ampi margini di speranza al senatore afro-americano: secondo le ultime stime, in questo momento la Clinton prevale per 825 delegati a 732. Ma se la marea-Obama stava salendo, non è salita ancora abbastanza per sopravanzare la grande favorita Hillary. La corsa verso la nomination comunque continua, e sarà senza esclusione di colpi: anche dopo il supermartedì, in palio rimangono ancora 23 Stati, a cominciare da sabato prossimo in Louisiana.
 
John McCainI repubblicani. Il Supertuesday dei repubblicani è iniziato con alcuni exploit di Mike Huckabee, l’ex governatore dell’Arkansas che ormai non veniva più considerato come serio contendente per la nomination. Non lo è neanche ora, ma conquistando Alabama, Arkansas, West Virginia, Georgia e Tennessee ha fatto un enorme favore a John McCain, sottraendo voti e delegati – nel caso dei repubblicani, assegnati in molti Stati interamente al vincitore – al suo grande rivale Mitt Romney. L’ex governatore del Massachusetts ha vinto nel suo Stato e nello Utah, una vittoria scontata data la prevalenza di cittadini di religione mormone come lui. Ma anche mettendo insieme gli altri successi in Minnesota, Colorado, North Dakota, Montana e Alaska, il bilancio complessivo per Romney è un disastro: sperava di far breccia negli Stati meridionali e occidentali, spendendo molto più dei suoi rivali, e ha fallito. John McCain ha fatto suoi California, New York, New Jersey, Illinois, Connecticut, la sua Arizona, Missouri, Oklahoma e Delaware: tutti i pezzi più grossi. Il suo vantaggio nella conta dei delegati – sono necessari 1.191 per arrivare alla nomination – è sempre più ampio: ora ne ha 615 a suo favore, contro i 268 di Romney e i 169 di Huckabee. E ciò è avvenuto senza l’appoggio, anzi con l’aperta ostilità, dell’ala religiosa del partito repubblicano, a causa delle sue vedute relativamente progressiste su molti temi sociali. Tanto è l’astio della destra religiosa verso McCain che ieri James Dobson, influente leader dell’organizzazione Focus on the Family e una delle voci più ascoltate tra gli evangelici, ha dichiarato che in un ipotetico duello di novembre tra McCain e la Clinton od Obama, sceglierebbe il candidato democratico pur di non votare il senatore dell’Arizona. Il voto degli evangelici ha premiato Huckabee, un ex pastore battista, che però rimane un “candidato regionale” della Bible Belt, la cintura degli Stati più religiosi nel sud-est degli Usa. Grazie a queste sue caratteristiche e alle frequenti manifestazioni di rispetto reciproco con McCain, molti osservatori lo danno come un serio candidato alla vicepresidenza. 

Alessandro Ursic

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