07/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La crisi keniana vista da Daniele Moschetti, missionario nelle baraccopoli di Nairobi
scritto per noi da
Daniele Moschetti*
 
A Korogocho, una tra le più grandi baraccopoli di Nairobi, gli scontri sono iniziati la sera del 29 dicembre. Due giorni dopo le elezioni presidenziali e prima ancora che la commissione elettorale proclamasse vincitore il presidente uscente Mwai Kibaki. Quella notte sono state uccise sette persone, tra cui due bambini e una donna. Appartenevano all’etnia luo. Il 30 dicembre, le violenze sono scoppiate negli slums delle grandi città keniane: Nairobi, Mombasa, Eldoret. Kisumu, la città di origine del candidato dell’opposizione Raila Odinga, è stata quasi rasa al suolo dalle proteste.

Lo slum di KorogochoOra, la situazione sembra più tranquilla nella capitale, ma non nel resto del Paese. Le trattative, guidate dall’ex segretario generale dell’Onu, Koffi Annan, hanno portato alla firma di un primo accordo di pacificazione, il primo febbraio, tra il presidente Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga.
Questo accordo politico è solo un primo passo. Rimane un lavoro enorme da fare, perché si è rotto un equilibrio sociale che da tempo si cercava di costruire, soprattutto con le nuove generazioni. A Korogocho, stiamo cercando di far dialogare i giovani di etnie diverse. A scuola, nel lavoro, si mescolano persone di tutte le etnie. Per anni c’è stata una convivenza pacifica tra queste persone, che tutto a un tratto sono state mandate via dalle loro case per via della propria origine etnica.
 
Il governo ha reagito in maniera rigida e arrogante alle rivolte. In poco più di un mese sono morte circa mille persone, molte uccise dalla polizia. Nelle zone a maggioranza Luo, i Kikuyu vengono mandati via, derubati o uccisi, e nelle zone a maggioranza Kikuyu ai Luo viene riservato lo stesso trattamento. Non che ci sia una strategia del terrore, come ha lasciato intendere il leader dell'opposizione, ma di certo la situazione sta scappando di mano a Kibaki e Odinga. Da ambedue le parti ci sono quelli della linea dura, che rifiutano ogni dialogo. E in mezzo c'è un popolo composto da quarantadue etnie. Niente a che vedere con il Ruanda, dove le etnie sono solo due, nonostante i media ripetano ossessivamente il paragone. Dire che il paese brucia, parlare di guerra civile, delle bombe sganciate dagli elicotteri, non è corretto. La situazione non è facile, ma esagerare non aiuta, anzi, uccide anche noi che in Kenya ci viviamo. Guerra civile vuol dire avere gruppi armati organizzati e contrapposti. Non è quello che sta accadendo in Kenya. In tante parti del paese, da Eldoret a Naivasha gli scontri sono stati sporadici. E’ innegabile che si sia aggiunta anche una dimensione etnica. E più andiamo avanti più questo rischio cresce.
 
Giovani armati dell'etnia KalenjinIn molti traggono vantaggio di questa confusione per derubare e saccheggiare. A Korogocho, i ladri Kikuyu terrorizzano la gente gridando che i Luo stanno arrivando e gli altri fanno altrettanto nelle loro zone, approfittando della confusione per penetrare nelle abitazioni e rubare. Non è un caso che le rivolte siano partite dai quartieri più poveri delle città. Quasi il sessanta per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Nel paese, terzo produttore mondiale di fiori, dove più dei due terzi del territorio sono occupati da zone desertiche e semi-desertiche, anche dopo la fine del colonialismo la terra è rimasta in mano a un’élite, che l’ha rubata e usata per fini politici. Ciò che sta avvenendo è il frutto naturale di una frustrazione e di una divario sociale enormi.
Parole chiave: kenya, nairobi, korogocho, odinga, kibaki
Categoria: Diritti, Elezioni
Luogo: Kenya