La crisi keniana vista da Daniele Moschetti, missionario nelle baraccopoli di Nairobi
scritto per noi da
Daniele Moschetti*
A Korogocho, una tra le più grandi baraccopoli di Nairobi, gli scontri sono iniziati
la sera del 29 dicembre. Due giorni dopo le elezioni presidenziali e prima ancora
che la commissione elettorale proclamasse vincitore il presidente uscente Mwai
Kibaki. Quella notte sono state uccise sette persone, tra cui due bambini e una
donna. Appartenevano all’etnia luo. Il 30 dicembre, le violenze sono scoppiate
negli slums delle grandi città keniane: Nairobi, Mombasa, Eldoret. Kisumu, la
città di origine del candidato dell’opposizione Raila Odinga, è stata quasi rasa
al suolo dalle proteste.

Ora, la situazione sembra più tranquilla nella capitale, ma non nel resto del
Paese. Le trattative, guidate dall’ex segretario generale dell’Onu, Koffi Annan,
hanno portato alla firma di un primo accordo di pacificazione, il primo febbraio,
tra il presidente Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga.
Questo accordo politico è solo un primo passo. Rimane un lavoro enorme da fare,
perché si è rotto un equilibrio sociale che da tempo si cercava di costruire,
soprattutto con le nuove generazioni. A Korogocho, stiamo cercando di far dialogare
i giovani di etnie diverse. A scuola, nel lavoro, si mescolano persone di tutte
le etnie. Per anni c’è stata una convivenza pacifica tra queste persone, che tutto
a un tratto sono state mandate via dalle loro case per via della propria origine
etnica.
Il governo ha reagito in maniera rigida e arrogante alle rivolte. In poco più
di un mese sono morte circa mille persone, molte uccise dalla polizia. Nelle zone
a maggioranza Luo, i Kikuyu vengono mandati via, derubati o uccisi, e nelle zone
a maggioranza Kikuyu ai Luo viene riservato lo stesso trattamento. Non che ci
sia una strategia del terrore, come ha lasciato intendere il leader dell'opposizione,
ma di certo la situazione sta scappando di mano a Kibaki e Odinga. Da ambedue
le parti ci sono quelli della linea dura, che rifiutano ogni dialogo. E in mezzo
c'è un popolo composto da quarantadue etnie. Niente a che vedere con il Ruanda,
dove le etnie sono solo due, nonostante i media ripetano ossessivamente il paragone.
Dire che il paese brucia, parlare di guerra civile, delle bombe sganciate dagli
elicotteri, non è corretto. La situazione non è facile, ma esagerare non aiuta,
anzi, uccide anche noi che in Kenya ci viviamo. Guerra civile vuol dire avere
gruppi armati organizzati e contrapposti. Non è quello che sta accadendo in Kenya.
In tante parti del paese, da Eldoret a Naivasha gli scontri sono stati sporadici.
E’ innegabile che si sia aggiunta anche una dimensione etnica. E più andiamo avanti
più questo rischio cresce.

In molti traggono vantaggio di questa confusione per derubare e saccheggiare.
A Korogocho, i ladri Kikuyu terrorizzano la gente gridando che i Luo stanno arrivando
e gli altri fanno altrettanto nelle loro zone, approfittando della confusione
per penetrare nelle abitazioni e rubare. Non è un caso che le rivolte siano partite
dai quartieri più poveri delle città. Quasi il sessanta per cento della popolazione
vive con meno di un dollaro al giorno. Nel paese, terzo produttore mondiale di
fiori, dove più dei due terzi del territorio sono occupati da zone desertiche
e semi-desertiche, anche dopo la fine del colonialismo la terra è rimasta in mano
a un’élite, che l’ha rubata e usata per fini politici. Ciò che sta avvenendo è
il frutto naturale di una frustrazione e di una divario sociale enormi.