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I democratici. Sono 22 gli Stati dove gli elettori democratici (e in molti casi gli indipendenti)
potranno dire la loro. Tra questi ci sono pezzi grossi come California, New York,
Illinois, New Jersey: solo la California, ad esempio, mette in palio circa un
quinto dei delegati necessari a ottenere la nomination democratica. Ed è proprio
in alcuni di questi Stati che Barack Obama, indietro fino a qualche settimana
fa nei sondaggi anche di 15 punti percentuali, ha gradualmente colmato il distacco.
Secondo le ultime rilevazioni statistiche, Obama avrebbe addirittura superato
Hillary in California e Missouri, mentre nel New Jersey i due sfidanti sono dati
alla pari. New York dovrebbe andare alla Clinton, senatrice di quello Stato, così
come l'Illinois sarà di Obama per lo stesso motivo. Praticamente certe anche le
vittorie dell'ex first lady in Massachusetts e Tennessee, e di Obama in Georgia.
Dato che i delegati vengono perlopiù assegnati secondo il metodo proporzionale,
saranno importanti le percentuali che i due candidati otterranno in ciascuno Stato.
La corsa è talmente incerta che molti analisti segnalano già il prossimo “supermartedì”
del 4 marzo, quando voteranno altri Stati importanti come Texas e Ohio.
Le preferenze degli elettori. Hillary Clinton, considerata a lungo la candidata “inevitabile”, gode in particolare
del sostegno delle donne ultracinquantenni, dei bianchi di reddito medio-basso
e degli ispanici: su queste fasce di popolazione ha molta presa la sua immagine
di donna capace di risolvere problemi pratici, dall'assistenza sanitaria all'economia
a rischio di recessione. E tra latinos e neri, inoltre, non corre buon sangue. Barack Obama, invece, sfonda tra gli
afro-americani, la popolazione più istruita e i minori di trenta anni: tutti attratti
dal suo messaggio di speranza e di cambiamento radicale rispetto al passato. La
progressiva rimonta del senatore dell'Illinois, secondo i sondaggisti, si spiega
con la recente crescita dei suoi consensi proprio tra i teorici sostenitori della
Clinton, obiettivo dei suoi ultimi giorni di campagna elettorale. A favore di
Obama giocano anche gli appoggi eccellenti della famiglia Kennedy, molto legata
agli ispanici, e dell'organizzazione MoveOn, una rete con 3,2 milioni di iscritti.
Ma il cambiamento di opinioni all'ultimo momento può contare fino a un certo punto
sul risultato finale: in California, dove i voti via posta potrebbero essere la
metà del totale, le schede già votate stanno arrivando da settimane.
I repubblicani. Dopo il ritiro di Rudolph Giuliani, che ha abbandonato dandogli pure il suo sostegno,
John McCain ha tutta l'inerzia dalla sua parte. Ha più delegati di Mitt Romney
al momento, e conduce nei sondaggi in molti dei 21 Stati in gioco per i repubblicani
nel “supermartedì”, anche se la California sembra prediligere il rivale. A differenza
dei democratici, qui nove Stati sono in palio con il metodo maggioritario, quindi
gli analisti si attendono che il 5 febbraio porti un netto predominio di McCain
nella conta dei delegati. Il senatore dell'Arizona, con la sua fama di duro non
allineato alle posizioni del partito repubblicano, sembra aver conquistato gli
elettori più dell'ex governatore del Massachusetts, che inoltre deve contendersi
il voto anti-McCain con il terzo incomodo Mike Huckabee. McCain va forte tra gli
ispanici (fu il promotore della proposta di legge, poi bocciata, che avviava un
percorso verso la cittadinanza per 12 milioni di immigrati illegali) e tra gli
elettori che intravedono tempi duri per l'economia. Soprattutto, stravince tra
gli indipendenti ed è l'unico candidato repubblicano che, nei sondaggi incrociati
contro Hillary od Obama, batterebbe entrambi.Alessandro Ursic