Sembra che Boris Tadic ce l'ha fatta. Per un soffio magari, ma il presidente
uscente della Serbia, moderato ed europista, è in vantaggio rispetto al rivale
ultranazionalista Tomislav Nikolic. Secondo i primi dati ufficiali, Tadic avrebbe
ottenuto il 51 percento dei consensi contro il 47 percento delle preferenze. Dati
addirittura migliori di quelli diffusi dal Centro per le elezioni libere e democratiche
(Cesid).
Ottima affluenza. Il Partito Democratico (Ds) di Boris Tadic ha rivendicato già
nella serata di ieri la vittoria di misura del presidente in carica, basandosi
su dati raccolti da osservatori del partito nei seggi. I rivali del Partito Radicale
(Srs) di Nikolic non ci stanno e gridano alla vittoria a loro volta. Adesso si
aspetta il termine dello scrutinio delle schede, ma la proiezione pare confermarsi
ora dopo ora. Al primo turno Nikolic aveva preceduto Tadic (come già nel 2004),
sfiorando addirittura il 40 percento dei voti contro il 35,4 percento del presidente,
ma come accadde quattro anni fa il ballottaggio ha rovesciato il primo turno.
Entrambi i candidati avevano aumentato notevolmente i loro consensi rispetto a
quattro anni già al primo turno e il trend si è confermato ieri. Ma è in genere
l'affluenza alle urne che emerge come dato rilevante. I serbi sembrano aver recuperato
la voglia di partecipare. I dati sull'affluenza indicano un largo incremento rispetto
al ballottaggio del 2004 e un consistente aumento anche rispetto al primo turno
di gennaio, quando era stato toccato il picco di partecipazione per la Serbia
del dopo-Milosevic: alle 19, un'ora prima della chiusura dei seggi, aveva votato
oltre il 60 percento dei 6,7 milioni di aventi diritto, il 4,5 percento in più
rispetto alla stessa ora di due settimane fa.
Tadic ancora più forte. Tutti gli esperti prevedevano che le elezioni sarebbero
state decise sul filo di lana, ma che alla fine avrebbe prevalso Tadic.
Solo che, negli ultimi giorni, i sondaggi sembravano rinfocolare le speranze
di Nikolic. Preoccupando la comunità internazionale, forse mai così interessata
a un elezione in Serbia dal 2000 e dall'implosione del regime di Milosevic. Tadic
ha sempre condannato l'indipendenza del Kosovo, ma è l'uomo che Bruxelles vuole
al potere perché con lui si può arrivare a un accordo. Meno probabile parlare
con Nikolic, campione del nazionalismo serbo. Il concetto era stato ben espresso
dal ministro degli Esteri serbo, il 33enne Vuk Jeremic, fedelissimo del presidente:
''Si tratta di un referendum tra chi vuole che la Serbia aderisca all'Unione Europea
e chi la vuole riportare al passato''. Il rischio era molto alto, perché all’ultimo
minuto era venuto meno per Tadic l’appoggio del primo ministro Vojislav Kostunica
e del suo partito Dss, con il quale i Ds hanno governato dal 2004 in coalizione
I Dss, nell’alleanza, rappresentavano l’ala conservatrice, in grado di drenare
voti a Nikolic. Ma Kostunica, in questi quattro anni, ha frenato a volte il pragmatismo
europeista di Tadic. Il presidente uscente, se i dati saranno confermati, potrebbe
uscire molto rafforzato da una vittoria pur di misura. L’indipendenza del Kosovo
non è evitabile e non sarà mai accettata, ma la Serbia ha dimostrato di guardare
avanti, preoccupata più dalla crisi economica che dai vecchi monasteri ortodossi.