scritto per noi da
Michele Luppi
A pochi giorni dal secondo turno delle elezioni presidenziali serbe, in Kosovo
fervono i preparativi per la proclamazione unilaterale di indipendenza, più volte
annunciata dal primo ministro Thaci. Il parlamento della provincia ha, infatti,
affidato ad un’apposita commissione
il compito di elaborare la bozza della nuova costituzione, anche se non è chiaro
quando il parlamento della provincia annuncerà l’indipendenza.
Una prima data ipotizzata è il 6 febbraio, subito dopo il ballottaggio in Serbia,
ma secondo alcuni analisti sarà rimandata al mese di marzo dopo le elezioni presidenziali
russe e le politiche in Spagna. Una decisione senza dubbio concordata con gli
Stati Uniti, principale sostenitore dell’indipendenza, e l’ UE che è in attesa
di avviare una propria missione nel paese per sostituire l’Amministrazione delle
Nazioni Unite.
Se per l’indipendenza sembra solo questione di giorni, anche se in passato si
era già avuta questa sensazione poi smentita dai fatti, a preoccupare maggiormente
è quello che avverrà dopo.
Come reagiranno Belgrado e i suoi sostenitori, in particolare Russia e Cina da
sempre contrari all’indipendenza?
Per quanto riguarda la Serbia molto dipenderà da chi sarà eletto presidente e
di conseguenza se verrà avviato o meno il cammino verso l’ingresso nell’Unione
Europea.
Poche settimane fa il governo serbo ha preparato un piano, rimasto segreto, di
misure politico-diplomatiche da adottare in caso di indipendenza della provincia
“ribelle”.
Secondo alcuni indiscrezioni, rese pubbliche da Voice of America, il piano prevede
un blocco economico nei confronti del Kosovo, con la sospensione di tutti i traffici
con la provincia.
Una decisione che avrebbe serie conseguenze per la già debole economia kosovara:
secondo i dati dell’Ufficio Statistico di Pristina la Serbia è il paese da cui
la provincia importa la maggior quantità di prodotti,
il 14,1 percento, seguita da Macedonia 14 percento, Germania 8,9 percento, Cina
7 percento, Turchia 6 percento e Italia
4,2 percento. Belgrado rappresenta anche un importante acquirente delle merci
prodotte
in Kosovo, acquistando il 9,6 percento delle esportazioni kosovare, subito dietro
a Svezia
18,8 percento e Italia 14,8 percento.
Una questione molto delicata per i politici kosovari se consideriamo che il Kosovo
importa dalla Serbia, oltre a prodotti alimentari anche elettricità, per far fronte
alla domanda interna.
Il rumore dei generatori a gasolio, per produrre corrente, è famigliare in tutte
le città del Kosovo e gli imprenditori della provincia hanno denunciato più volte
i danni provocati proprio dalla mancanza di corrente, che in alcune zone può mancare
anche per diverse ore al giorno.
Il presidente della Camera di Commercio del Kosovo, Besim Baqaj, ha affermato
all’emittente serba B-92, che sebbene il Kosovo sia fortemente legato ai prodotti
provenienti dalla Serbia “ci siano delle alternative”.
“Noi crediamo – ha detto Baqaj – che nessun governo responsabile andrà contro
i propri interessi economici e il Kosovo è un partner commerciale importante per
Belgrado. Come Camera di Commercio, comunque, in caso di blocco, siamo preparati
a rivolgerci verso altri partner commerciali nei paesi vicini e nell’Unione Europea”.
Il Kosovo non sta attraversando una facile situazione economica: dalla fine della
ex Jugoslavia si è creata una frattura nella società con poche persone che si
sono arricchite, aprendo numerose attività commerciali, e molte che si sono impoverite,
spesso costrette ad emigrare. Una provincia che sta attraversando un vero “boom
edilizio”. Le strade principali sono disseminate di rivendite per materiali da
costruzioni e negli ultimi anni sono state costruite attività di ogni tipo: ristoranti,
bar, locali notturni, piscine, campi da calcetto e ogni sorta di negozio.
Il Kosovo è però un paese che non produce, dove la maggioranze delle fabbriche
sono chiuse, con una disoccupazione vicina al 70 percento, le miniere abbandonate,
e l’agricoltura
ridotta alla semplice sussistenza.I dati dell’Ufficio Statistico del Kosovo sono
eloquenti: nel 2006 nonostante
una crescita stimata del 3 percento del Pil, la bilancia commerciale ha segnato
un deficit
di oltre un miliardo di euro. Valori confermati nel 2007: nel solo mese di novembre
il saldo negativo è stato di 121,5 milioni di euro.Un problema aggravato dal costante
aumento dei prezzi nell’ultimo anno: l’indice
dei prezzi al consumo ha segnato un più 4,5 percento, alimentato in particolare
dall’aumento
dei prodotti alimentari come pane e grano.Negli ultimi anni i politici kosovari
hanno imputato le difficoltà economiche
all’irrisolutezza dello status, che ha scoraggiato l’arrivo di investimenti stranieri.Certamente
l’ambiguità sul futuro della provincia continua a giocare un ruolo
importante nel mancato sviluppo economico ma spesso questa è diventata una semplice
giustificazione per problemi a cui gli stessi politici non hanno saputo dare una
risposta.Ora che il lungo cammino verso l’indipendenza sembra arrivare alla conclusione,
anche se non è chiaro di che tipo di indipendenza si tratterà, i politici kosovari
non avranno più scuse e dovranno iniziare a dare risposte ai propri elettori.
Sempre che la Russia non nasconda un colpo di scena il futuro prossimo del Kosovo
sembra ormai scritto, ma quello che succederà dopo è molto più incerto. Le prime
risposte si avranno domenica con l’esito delle elezioni presidenziali
serbe.