02/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Le elezioni presidenziali in Serbia legate alla questione dello status
scritto per noi da
Michele Luppi
 
A pochi giorni dal secondo turno delle elezioni presidenziali serbe, in Kosovo fervono i preparativi per la proclamazione unilaterale di indipendenza, più volte annunciata dal primo ministro Thaci. Il parlamento della provincia ha, infatti, affidato ad un’apposita commissione il compito di elaborare la bozza della nuova costituzione, anche se non è chiaro quando il parlamento della provincia annuncerà l’indipendenza.
 
Una prima data ipotizzata è il 6 febbraio, subito dopo il ballottaggio in Serbia, ma secondo alcuni analisti sarà rimandata al mese di marzo dopo le elezioni presidenziali russe e le politiche in Spagna. Una decisione senza dubbio concordata con gli Stati Uniti, principale sostenitore dell’indipendenza, e l’ UE che è in attesa di avviare una propria missione nel paese per sostituire l’Amministrazione delle Nazioni Unite. Se per l’indipendenza sembra solo questione di giorni, anche se in passato si era già avuta questa sensazione poi smentita dai fatti, a preoccupare maggiormente è quello che avverrà dopo.  Come reagiranno Belgrado e i suoi sostenitori, in particolare Russia e Cina da sempre contrari all’indipendenza?
Per quanto riguarda la Serbia molto dipenderà da chi sarà eletto presidente e di conseguenza se verrà avviato o meno il cammino verso l’ingresso nell’Unione Europea.
Poche settimane fa il governo serbo ha preparato un piano, rimasto segreto, di misure politico-diplomatiche da adottare in caso di indipendenza della provincia “ribelle”.
Secondo alcuni indiscrezioni, rese pubbliche da Voice of America, il piano prevede un blocco economico nei confronti del Kosovo, con la sospensione di tutti i traffici con la provincia.
Una decisione che avrebbe serie conseguenze per la già debole economia kosovara: secondo i dati dell’Ufficio Statistico di Pristina la Serbia è il paese da cui la provincia importa la maggior quantità di prodotti, il 14,1 percento, seguita da Macedonia 14 percento, Germania 8,9 percento, Cina 7 percento, Turchia 6 percento e Italia 4,2 percento. Belgrado rappresenta anche un importante acquirente delle merci prodotte in Kosovo, acquistando il 9,6 percento delle esportazioni kosovare, subito dietro a Svezia 18,8 percento e Italia 14,8 percento.
 
Una questione molto delicata per i politici kosovari se consideriamo che il Kosovo importa dalla Serbia, oltre a prodotti alimentari anche elettricità, per far fronte alla domanda interna.
Il rumore dei generatori a gasolio, per produrre corrente, è famigliare in tutte le città del Kosovo e gli imprenditori della provincia hanno denunciato più volte i danni provocati proprio dalla mancanza di corrente, che in alcune zone può mancare anche per diverse ore al giorno.
Il presidente della Camera di Commercio del Kosovo, Besim Baqaj, ha affermato all’emittente serba B-92, che sebbene il Kosovo sia fortemente legato ai prodotti provenienti dalla Serbia “ci siano delle alternative”.
“Noi crediamo – ha detto Baqaj – che nessun governo responsabile andrà contro i propri interessi economici e il Kosovo è un partner commerciale importante per Belgrado. Come Camera di Commercio, comunque, in caso di blocco, siamo preparati a rivolgerci verso altri partner commerciali nei paesi vicini e nell’Unione Europea”.
Il Kosovo non sta attraversando una facile situazione economica: dalla fine della ex Jugoslavia si è creata una frattura nella società con poche persone che si sono arricchite, aprendo numerose attività commerciali, e molte che si sono impoverite, spesso costrette ad emigrare. Una provincia che sta attraversando un vero “boom edilizio”. Le strade principali sono disseminate di rivendite per materiali da costruzioni e negli ultimi anni sono state costruite attività di ogni tipo: ristoranti, bar, locali notturni, piscine, campi da calcetto e ogni sorta di negozio.
 
Il Kosovo è però un paese che non produce, dove la maggioranze delle fabbriche sono chiuse, con una disoccupazione vicina al 70 percento, le miniere abbandonate, e l’agricoltura ridotta alla semplice sussistenza.I dati dell’Ufficio Statistico del Kosovo sono eloquenti: nel 2006 nonostante una crescita stimata del 3 percento del Pil, la bilancia commerciale ha segnato un deficit di oltre un miliardo di euro. Valori confermati nel 2007: nel solo mese di novembre il saldo negativo è stato di 121,5 milioni di euro.Un problema aggravato dal costante aumento dei prezzi nell’ultimo anno: l’indice dei prezzi al consumo ha segnato un più 4,5 percento, alimentato in particolare dall’aumento dei prodotti alimentari come pane e grano.Negli ultimi anni i politici kosovari hanno imputato le difficoltà economiche all’irrisolutezza dello status, che ha scoraggiato l’arrivo di investimenti stranieri.Certamente l’ambiguità sul futuro della provincia continua a giocare un ruolo importante nel mancato sviluppo economico ma spesso questa è diventata una semplice giustificazione per problemi a cui gli stessi politici non hanno saputo dare una risposta.Ora che il lungo cammino verso l’indipendenza sembra arrivare alla conclusione, anche se non è chiaro di che tipo di indipendenza si tratterà, i politici kosovari non avranno più scuse e dovranno iniziare a dare risposte ai propri elettori. Sempre che la Russia non nasconda un colpo di scena il futuro prossimo del Kosovo sembra ormai scritto, ma quello che succederà dopo è molto più incerto. Le prime risposte si avranno domenica con l’esito delle elezioni presidenziali serbe.
Categoria: Diritti, Elezioni, Politica
Luogo: Serbia
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