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Sabato scorso Ibrahim Khamuradov, 21 anni, era uscito in macchina da Microrayon,
a Grozny, un quartiere residenziale di casermoni di cemento in stile sovietico,
ancora semidistrutti dalle bombe e dai missili lanciati dai russi durante l’invasione
del 1999-2000.
Stava andando verso il mercato di Oktyabrsky, un’altra zona della città, quando
tre Lada “Zhiguli” gli hanno tagliato la strada. Ne sono scesi alcuni uomini armati
che lo hanno preso e portato via. Da allora non se ne sa più nulla.
Un simbolo nazionale. Potrebbe essere uno dei tanti rapimenti di cui i ceceni sono vittima, condotti
dalle forze di sicurezza russe a scopo d’estorsione e che spesso si concludono
con la morte o la sparizione del rapito.
Ma questo caso è diverso perché Ibrahim non è un ragazzo ceceno qualunque.
Il giovane Khamuradov è infatti il primo ballerino della compagnia di ballo “Vainakh”,
amatissimo e popolarissimo simbolo della cultura nazionale e del folklore ceceno,
magnanimamente tollerato dal regime d’occupazione filo-russo.
“Senza Ibrahim non potremo partire per la nostra prossima tournée in Turchia
e Arabia Saudita”, protesta Dikalu Muzykayev, direttore artistico della compagnia.
Questa storica formazione artistica, fondata nel 1939, ha portato sui palcoscenici
di tutta l’Unione Sovietica e di tutto il mondo la lezginka, la tradizionale danza popolare dei vainachi (il nome storico di ceceni e ingusci).
Sopravvissuta alla guerra. Scioltasi durante la prima guerra russo-cecena, la compagnia si è riformata
nel 1996, e nel giro di due anni era di nuovo in giro per la Russia e per il mondo
a dare spettacoli.
Nel 1998 la “Vainakh” vinse una competizione internazionale in Turchia e l’anno
dopo si classificò prima tra una trentina di gruppi folklorici provenienti da
tutto il mondo che parteciparono a un festival ad Agrigento, in Sicilia.
Scioltasi nuovamente allo scoppiare della seconda guerra, alla fine del 1999,
la compagnia venne faticosamente rimessa insieme da Dikalu Muzakayev. Per due
anni questo ex primo ballerino della compagnia cercò di rintracciare all’estero
e nei campi profughi in Inguscezia tutti i suoi ex compagni, riuscendo solo parzialmente
nell’impresa. Alcuni infatti erano morti, altri dispersi. Ma nell’estate del 2002,
con il permesso delle autorità d’occupazione filo-russe, iniziò comunque le prove
in un diroccato teatro di provincia, a Gudermes. E all’inizio del 2003 arrivò
il debutto a Grozny.
Una danza di origine pagana. La lezginka è una danza collettiva dalla coreografia assai complessa. I ballerini vestono
gli abiti tradizionali del Caucaso: gli uomini con colbacchi, lunghe vesti, stivaloni
e pugnale alla cinta; le donne con eleganti abiti di velluto ornati di ricami
dorati che richiamano simboli dell’antica religione pagana, la testa ricoperta
da un sottile velo, aggiunta moderna voluta dalla moderna religione islamica.
La danza parte con un ballo di coppia tra i primi ballerini che presto coinvolge
tutta la compagnia: uomini e donne, che si muovono freneticamente al suono di
fisarmoniche e a un ritmo che cresce progressivamente, diventando sempre più veloce,
e che viene scandito dall’urlo “Hors-toh! Toh-Hors!”.
Gli studiosi sostengono che la lezginka sia il retaggio di una danza rituale
propria dell’antica religione pagana dei vainachi, che, come tutti i popoli caucasici,
adoravano divinità naturali, e in particolare il Sole (Hors, da cui il grido)
e la Luna, che nella loro mitologia si rincorrevano senza sosta. Come la coppia
di ballerini, che si avvicinano senza mai sfiorarsi.
Enrico Piovesana